Cala il sipario sull’amministrazione Vicinanza

Il comunicato del Consiglio dei Ministri è arrivato come una scure, ma per chi osserva da mesi le dinamiche interne a Palazzo Farnese non è certo un fulmine a ciel sereno. Castellammare di Stabia sprofonda nuovamente nel baratro: il Comune è stato sciolto per infiltrazioni camorristiche. L’amministrazione guidata dal sindaco Luigi Vicinanza, nata nel giugno del 2024 con la presunzione di rappresentare una rottura col passato e il ripristino della legalità, chiude la sua parabola nel peggiore dei modi, certificando un fallimento politico su tutta la linea.
Il cortocircuito logico e politico della giunta Vicinanza è stato quello di scambiare la rettitudine personale per impermeabilità amministrativa. Di fronte ai crescenti allarmi e alle denunce emerse negli ultimi mesi — culminate negli attacchi di Sandro Ruotolo, che aveva parlato senza mezzi termini di un’”elezione inquinata” — il sindaco ha scelto la via politicamente più debole: il vittimismo.
Invece di avviare una bonifica spietata delle zone d’ombra presenti all’interno della sua vastissima coalizione e fare un’onesta autocritica, Vicinanza ha preferito puntare il dito all’esterno. Ha accusato il Partito Democratico di una fantomatica “torsione giustizialista” e si è dipinto come l’amministratore probo abbandonato dalle segreterie di partito. Ha però dimenticato una regola basilare: quando si governa un territorio complesso come quello stabiese, non basta dichiararsi “perbene” se poi non si è politicamente in grado di blindare la macchina comunale dalle ingerenze esterne.
Nelle settimane che hanno preceduto il verdetto del Viminale e la ratifica del Consiglio dei Ministri, abbiamo assistito al disperato tentativo di salvare il salvabile. Si sono moltiplicate petizioni online, appelli alla “responsabilità civica” e manifesti in difesa della giunta che chiedevano di non interrompere il presunto “percorso di rinascita della città”.
È una narrazione pericolosa che il provvedimento del Governo ha giustamente spazzato via. La stabilità amministrativa, la pianificazione urbana o il rilancio culturale non possono mai essere usati come merce di scambio o come alibi per tollerare il compromesso. Non esiste vero sviluppo civile dove l’azione democratica risulta permeabile a interessi criminali. Chiedere alle istituzioni statali di chiudere un occhio “per il bene della città” significa non aver compreso che il vero male di Castellammare è proprio l’abbassamento della guardia.
La sconfitta dell’amministrazione Vicinanza è tanto più grave se si considera la genesi del suo mandato. Era stato eletto proprio per risollevare una città reduce da un precedente commissariamento per camorra. Aveva a disposizione un capitale politico enorme e il disperato bisogno di legalità di una cittadinanza stremata.
In soli due anni, quel capitale è stato del tutto dilapidato. Trincerandosi dietro dichiarazioni di difesa a oltranza e definendo le ipotetiche dimissioni come “un gesto irresponsabile”, il sindaco ha rifiutato di prendere atto di una situazione irrimediabilmente compromessa, costringendo lo Stato a intervenire con la misura più drastica a tutela delle istituzioni.
La lezione per Castellammare è amara: contro le mafie non bastano le coalizioni extralarge, i buoni propositi o la presunzione di superiorità morale. Serve un controllo politico feroce sulle proprie liste e sulla gestione del potere. Un controllo che, a Palazzo Farnese, è drammaticamente mancato.